Signora, chiedo scusa anche a lei
Un episodio quotidiano diventa occasione di autocritica sul confine sottile tra diritto, privilegio e responsabilità
Per noi, persone disabili, è facile adagiarsi nelle comodità delle attenzioni e dei vari privilegi di cui godiamo nella società e, di qui in poi, approfittarne oltre il lecito, varcando i confini del consentito per approdare talvolta nel terreno dell’esagerazione, se non, addirittura, dell’ingiustizia. Bisogna riconoscerlo: in molti frangenti la tentazione è davvero forte e diventa difficile resistere alla voglia di farsi scudo con la propria condizione di handicap e sfruttarla per eludere obblighi e divieti, spianandosi quindi una strada in origine corretta ma difficoltosa da percorrere. Eppure quante volte è successo e quanti errori sono stati fatti in questo ambito, al punto da trasformarsi in un atteggiamento quasi (absit iniuria verbis) “naturale”. E’ capitato e capita a tutti i disabili e, naturalmente, anche al sottoscritto che è in carne e ossa come il resto della popolazione. Oggi però voglio, come si dice, metterci la faccia e allora ecco, in breve, il mio recente ancorché minuscolo atto da tirannello.
Un giorno della scorsa primavera mi ero recato all’ospedale torinese Maria Vittoria per compiere alcuni esami medici. Terminati questi ultimi, mi apprestavo a uscire ed ero sbucato nel vasto cortile interno della struttura, tuttavia, poco pratico del complesso, ero finito a pochi metri dall’ingresso riservato alle ambulanze (non dirette al pronto soccorso), agli addetti e ai fornitori. Qui un paio di sbarre abbassate lasciavano soltanto uno stretto spiraglio centrale, impedendo il passaggio dei pedoni e, chiaramente, della mia carrozzina, mentre l’uscita regolare era lontanissima, giusto dall’altra parte dell’isolato. Dopo aver fatto un eloquente segno all’operatrice del gabbiotto, ho aspettato con fiducia che mi venisse alzata almeno una sbarra, ma ho subito rilevato con stupore [sic! N.d.A.] che la custode non aveva alcuna intenzione di permettermi il transito. Non so di preciso se saranno stati i primi caldi (sempre spossanti per noi distrofici), comunque ero stanco e ancora un po’ teso per i delicati esami appena effettuati, fatto sta che ho incominciato a sbuffare e a insistere per poter passare. Certo, adesso non intendo accampare scuse, però era da specificare la particolare condizione fisica e mentale in cui mi trovavo. Insomma, alla fine, esasperata dalla mia scocciante ostinazione, l’operatrice aveva acconsentito a sollevare di poco una delle due barriere affinché potessi infilarmi. Ovviamente questa manovra proibita aveva comportato un certo rischio, in quanto la mia presenza in contromano nel varco avrebbe potuto interferire con l’entrata improvvisa di un autoveicolo, causando, nella migliore delle ipotesi, inconvenienti di ordine logistico.
A letto poi, la sera stessa ci avevo ripensato, ripercorrendo gli aspetti dell’intera vicenda e realizzando un cosiddetto esame di coscienza. Avevo soppesato per bene la mia responsabilità nell’aver coinvolto un’incolpevole dipendente dell’ospedale e perciò avevo impiegato poco tempo per giungere a una lucida conclusione da cui era scaturita la nitida consapevolezza del mio sbaglio. Purtroppo questa volta, sottovalutando i pericoli dell’inconsueta situazione, ero caduto nella stessa trappola di quel comportamento dei miei colleghi disabili che spesso avevo criticato aspramente. E constatavo di persona l’amara verità del guardare la pagliuzza nell’occhio del prossimo non accorgendomi della trave che avevo nel mio! Decidere così di espormi al pubblico ludibrio raccontando l’accaduto su queste colonne, ha rappresentato una specie di catarsi, nonché una piccola punizione per il misfatto di cui mi sono macchiato.
In conclusione, seppur in notevole ritardo ma pervaso da una piena convinzione, mi cospargo il capo di cenere e, per quel che può valere, desidero porgere le mie scuse più sincere all’operatrice del Maria Vittoria in servizio la scorsa primavera. Inoltre mi permetto di esortare voi, normodotati, a non cedere e a tenerci testa laddove, da disabili, pretendiamo di ottenere illecite concessioni. Da parte mia invece, come quando ero bambino, prometto… di non farlo mai più!







Onlus UILDM TORINO