Pubblicato da Alessandro Rosa il: 9 maggio 2019

La disabilità nella storia

Nello scorso numero di questa rivista avevamo presentato dei brevi estratti appartenenti alla tesina della Maturità di Alessandro Rosa “L’Atrofia muscolare spinale e la disabilità”. Questa volta riportiamo per intero la prima parte dell’interessante secondo capitolo, nel quale l’autore compie una sintetica ma esauriente cavalcata storica a bordo della sua carrozzina.

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1. Età paleolitica

La bioarcheologia della sanità (il ramo dell’archeologia che studia le abitudini sanitarie degli uomini primitivi per ricostruire la loro storia clinica) sostiene che, stando ai ritrovamenti di vari resti di individui vissuti nel Paleolitico superiore, già diecimila anni fa gli ominidi con deficit erano supportati dal resto del gruppo.
In genere le ossa sono in grado di raccontare molto sulla salute dei nostri antenati: possono indicare l’età e il sesso di una persona, le malattie di cui ha sofferto, i lavori che ha svolto (perché lo stress muscolare lascia segni sullo scheletro) e l’alimentazione che ha seguito.
A questo proposito anche in Italia, nel Parco nazionale del Pollino, sono stati ritrovati una serie di resti di ominidi affetti da diverse malformazioni. Fra questi uno soffriva di una forma di nanismo, era alto un metro e dieci, aveva gli arti molto corti e quindi non era in grado di cacciare, ma nonostante ciò è sopravvissuto fino a vent’anni, molto probabilmente assistito dalla sua comunità. E’ stato poi sepolto con una donna della stessa età in una posizione particolare, cioè con il capo appoggiato sulla spalla di lei, e non è escluso che questo tipo di abbraccio avesse un significato protettivo nei confronti di chi era disabile.
Altri resti, rinvenuti in un cimitero neolitico del Vietnam del Nord, riguardano un individuo affetto dalla sindrome di Klippel Feil di tipo III, una patologia che sopravviene nel corso dell’adolescenza e comporta la paralisi degli arti. Poiché nel soggetto in questione l’insorgenza della malattia era avvenuta oltre dieci anni prima, gli studiosi hanno concluso che i componenti della sua comunità, prevalentemente cacciatori e pescatori, in grado a malapena di allevare qualche maiale addomesticato ma incapaci di usare il metallo, spendevano del tempo per prendersi cura di lui e soddisfacevano tutti i suoi bisogni, come mangiare, vestirsi e muoversi.

2. Antica Grecia

I valori dominanti dell’epoca classica rispecchiavano il kalos kai agathos (bello e buono): infatti forza e bellezza erano ritenuti ideali da raggiungere, mentre deformità e malattia non venivano tollerate, in quanto associate alla colpa e alla volontà divina. Qualsiasi imperfezione fisica era accostata quindi al male e interpretata in chiave morale e religiosa come punizione e castigo. Alcune fonti affermano poi che a Sparta lo stesso legislatore Licurgo aveva imposto la regola di abbandonare i bambini spartani nati con handicap sul monte Taigeto, dov’erano destinati a soccombere alle intemperie e alle bestie feroci.

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Nel quarto secolo a.C. Platone affermava che il compito della giustizia e della medicina era quello di curare i cittadini… sani nel corpo e nello spirito! Nella Repubblica il filosofo sosteneva che: “Conviene che gli uomini migliori si accoppino con le donne migliori il più spesso possibile e che, al contrario, i peggiori si uniscano con le peggiori, meno che si può. E se si vuole che il gregge sia veramente di razza occorre che i nati dai primi vengano allevati. Non invece quelli degli altri”. Il suo discepolo Aristotele auspicava poi la necessità di una legge che impedisse ai bambini deformi di sopravvivere in quanto inutili allo stato.
Diversa era la posizione degli ateniesi, che provavano un sentimento di compassione nei confronti dei concittadini disabili. Tale sentimento ricorre anche a livello legislativo-giudiziario: infatti una legge di Solone prevedeva che chi, a causa della propria invalidità, non potesse svolgere una professione con cui mantenersi e non disponesse di un patrimonio di almeno due mine (antica moneta greca), avesse diritto a un sussidio da parte della polis.

3. Antica Roma

La civiltà romana ereditò da quella greca il culto del bello e del corpo perfetto e di conseguenza l’approccio nei confronti della disabilità non era molto differente da quello spartano. Infatti nella legge delle “Dodici tavole” veniva codificata la soppressione del neonato deforme da parte dello stesso padre.
Ogni nuovo nato subiva poi il rito dell’innalzamento al cielo, che indicava il fatto di essere stato accolto dalla famiglia, diventando così cittadino romano. In pratica, subito dopo il parto, il bambino era portato al pater familias che, constatata la sua integrità fisica, lo sollevava presentandolo agli dèi. Se questo non avveniva, l’infante subiva l’esposizione, ossia veniva abbandonato in mezzo a un cumulo di immondizia e lasciato morire, oppure veniva gettato dalla rupe Tarpea (la parete rocciosa posta sul lato meridionale del Campidoglio a Roma, dalla quale venivano buttati anche i traditori condannati a morte).
Infine per Seneca (4 a.C-65 d.C) la disabilità poteva essere paragonata alla vita inutile: “Soffochiamo i nati mostruosi, anche se fossero nostri figli. Se sono venuti al mondo deformi o minorati dovremo annegarli. Ma non per cattiveria, bensì perché è ragionevole separare esseri umani sani da quelli inutili”.

4. Cristianesimo e Medioevo

Con l’avvento del cristianesimo si assistette inizialmente a un cambiamento culturale e a una nuova concezione della disabilità. In effetti l’approccio a quest’ultima e alla malattia era caratterizzato da pietà e protezione, partendo dal presupposto che si è tutti figli di Dio, e grazie ai disabili sussisteva anche la possibilità di redimersi dai propri peccati attraverso la carità.
In seguito, a partire dal quinto e sesto secolo, la Chiesa si allontanò dagli insegnamenti di Cristo. Addirittura papa Gregorio Magno affermava che “Un’anima sana non trova albergo in un corpo tumefatto”. Nel Medioevo la considerazione della disabilità e della malattia erano influenzate da un concorso di diversi fattori: la connessione fra patologia e peccato, la credenza nelle forze magiche e nelle streghe, la concezione del corpo come gabbia dell’anima.

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In questo periodo storico la disabilità suscitava da un lato paura e sentimenti di orrore (ad esempio tra la povera gente, la cui ignoranza e le cui credenze spingevano a spiegarla come frutto del demonio), mentre dall’altro le persone disabili erano derise e mostrate nelle pubbliche piazze, diventando così una fonte di divertimento durante i banchetti dell’alta borghesia.
Infine, dal tredicesimo secolo in poi, si incominciò a relegare i portatori di handicap nelle primitive strutture ospedaliere gestite dalla Chiesa e dalle comunità monastiche.