Il lavoro per le persone con disabilità. L’Industria 5.0: da miraggio a diritto
Come tecnologia, inclusione e cambiamento culturale possono abbattere le barriere della disabilità
Nel primo numero del 2025 di Vincere Insieme avevo iniziato un viaggio difficile ma necessario, presentando quattro argomenti molto importanti che mi stanno a cuore e che sono legati alle persone con disabilità: la presenza di barriere architettoniche, le difficoltà a inserirsi nel mondo del lavoro, la mancanza di risorse economiche per l’assistenza personale e i vari tabù legati all’affrontare la sfera intima e la sessualità. In questa prima tappa avevamo esplorato come la solitudine non sia una condizione intrinseca della disabilità, ma spesso il risultato di barriere esterne, quali la mancanza di risorse economiche per l’assunzione regolare di assistenti personali e gli ostacoli architettonici che ancora soffocano le nostre città.
In questo articolo, dopo aver trattato la volta scorsa le barriere architettoniche, il mio discorso proseguirà affrontando il secondo pilastro di questo “sistema di esclusione”, quello che Amartya Sen, economista e filosofo indiano, premio Nobel per l’economia nel 1998, definisce come la chiave della dignità: il lavoro.
Per molti di noi disabili, l’inserimento lavorativo rimane un miraggio, tuttavia la situazione non dovrebbe essere così. Come ho cercato di dimostrare nella mia tesi di laurea magistrale, oggi siamo nel bel mezzo di una rivoluzione, tecnologica e culturale, che può finalmente cercare di abbattere il muro della cosiddetta invisibilità professionale.
L’allarme silenzioso: i numeri di un’esclusione
Iniziamo dai fatti, perché i numeri non hanno pregiudizi: in Italia, su una popolazione di quasi 13 milioni di persone con disabilità, circa 3,1 milioni presentano condizioni gravi che richiedono un’assistenza quotidiana. Eppure, se guardiamo al mercato del lavoro, il divario si trasforma in un abisso, poiché, mentre il tasso di occupazione generale si aggira intorno al 60%, per le persone con disabilità grave, nella fascia da 15 a 64 anni, questa percentuale quasi si dimezza, scendendo drasticamente al 32,5%.
Oltretutto c’è un dato che dovrebbe far saltare sulla sedia ogni legislatore che si rispetti: il tasso di disoccupazione tra le persone con disabilità potenzialmente occupabili è addirittura dell’81,2%. Se per caso questa percentuale dovesse mai riguardare l’intera popolazione, parleremmo facilmente di catastrofe nazionale. Invece, purtroppo, regna un silenzio che denota tutto lo scarso interesse dimostrato verso la nostra emancipazione, relegandoci spesso di fatto all’eterno ruolo di utenti di servizi assistenziali, anziché aiutarci a diventare cittadini attivi nel vero senso della parola.
Quello che avvolge questi numeri costituisce dunque un silenzio assordante, che riguarda un aspetto non solo economico, ma di vera e propria cittadinanza. Infatti il lavoro non è solo il tramite per ottenere uno stipendio, bensì è identità, è appartenenza, è lo strumento che ci permette letteralmente di strappare la nostra differenza allo stato di “maledizione”.
La trappola della capacità residua
A questo punto sorge spontanea una domanda: ma perché per noi è così difficile lavorare? Il problema risiede in un paradigma obsoleto, cioè il fatto che ancora oggi la disabilità viene misurata. In effetti la legge ci chiede di dimostrare quanto siamo “guasti”, di determinare con precisione la nostra capacità lavorativa residua attraverso commissioni medico-legali. Mentre per una persona normodotata la capacità lavorativa è presupposta da valori standard, per noi disabili deve essere accertata, quasi come se dovessimo giustificare il nostro diritto a esistere e ad agire in un luogo di lavoro.
Questa errata visione alimenta lo stigma: le aziende ci vedono come un peso, come un costo da evitare, oppure, nel migliore dei casi, come una quota da riempire al solo scopo di evitare sanzioni. Inoltre parecchi datori di lavoro temono maggiori rischi di infortuni, peraltro inesistenti, o complessità comunicative che però l’odierna tecnologia ha già ampiamente risolto. Giungiamo così al famoso modo di dire del cane che si morde la coda: se non ci viene concessa la possibilità di lavorare, non potremo mai dimostrare che quegli stereotipi sono falsi.
Utopia o realtà? La rivoluzione dell’Industria 5.0
Ma c’è un chiarore che si intravede laggiù, nel futuro, e questa volta è una luce di speranza. Se l’Industria 4.0 (o Quarta rivoluzione industriale) ci ha parlato di macchine e dati, l’Industria 5.0 ha cambiato rotta, riportando fortunatamente l’essere umano al centro. E’ quello che definiamo un rinnovamento culturale human-centric, dove la tecnologia non mira a sostituire l’uomo, bensì a potenziarlo, rispettando la sua dignità e la sua diversità.
Nella mia analisi ho individuato al proposito nove tecnologie abilitanti (i famosi nove pilastri) che possono ridurre le barriere nel mondo del lavoro. Tra di esse troviamo:
• Advanced Manufacturing e Cobot: I robot collaborativi (cobot) possono svolgere le mansioni fisicamente più gravose o pericolose, permettendo a chi ha una mobilità ridotta di concentrarsi sulla parte creativa o di controllo del processo in questione. Ad esempio grazie a progetti come OriHime-D in Giappone, persone con disabilità gravi riescono a controllare normalmente robot per lavorare come camerieri a distanza.
• Additive Manufacturing (Stampa 3D): In questo caso si è in grado di stampare già in ufficio degli ausili ergonomici personalizzati o un’impugnatura specifica per la propria sedia a rotelle. A Torino, il progetto Hackability ha già dimostrato che è possibile progettare oggetti che trasformano in meglio la quotidianità lavorativa.
• Internet of Things (IoT): Negli uffici smart le luci, le porte e gli ascensori rispondono ai comandi vocali di Alexa o di Google Home, eliminando la necessità di sforzi fisici che per molte persone disabili sono ostacoli insormontabili.
Il quadro normativo: luci e ombre
In Italia abbiamo strumenti importanti, come la Legge 68/99 sul collocamento mirato, tuttavia l’obbligo di assunzione viene spesso aggirato versando un contributo esonerativo, perché molte aziende preferiscono addirittura pagare una multa piuttosto che investire nell’inclusione, dimostrando una grande ristrettezza di vedute nel considerare noi disabili come un costo piuttosto che una risorsa.
Del resto anche noi dobbiamo smettere di pensare che l’inclusione sia una “gentile concessione”, poiché questo è un diritto fondamentale sancito dalla Costituzione e da un’apposita convenzione dell’Onu. Oltre a dover puntare sugli accomodamenti ragionevoli, c’è di più: semplicemente, l’inclusione conviene. Si tratta di realizzare modifiche necessarie all’ambiente di lavoro che però non impongano oneri sproporzionati all’azienda: una scrivania regolabile, un software di sintesi vocale, orari flessibili eccetera. In cambio, e questa è la buona notizia supportata dagli studi di McKinsey, le aziende più inclusive diventano anche le più redditizie, con una probabilità di performance superiori del 36%. Quindi l’inclusione fa bene al bilancio, non solo al cuore.
Dalle porte chiuse al 110 e lode: il mio riscatto contro il pregiudizio
Il mio percorso verso la laurea magistrale in Direzione d’Impresa, conclusosi con un 110, lode e menzione, è stato segnato da una sfida che va ben oltre gli esami accademici sostenuti. Come ho raccontato in un’intervista per il quotidiano La Stampa [vedi più avanti a pagina 16, N.d.R.], la ricerca di un tirocinio si è trasformata in una sequela di porte chiuse: moltissime candidature a cui seguivano rifiuti espliciti legati alla presenza di barriere architettoniche negli uffici o, ancora più spesso, silenzi assordanti. Però questo ostacolo, anziché fermarmi, è diventato il motore della mia tesi sull’Industria 5.0, trasformando il rifiuto in un’opportunità di riscatto per dimostrare che le competenze non hanno barriere. Oggi quel traguardo non è solo mio, ma di chiunque creda nel mio motto: bisogna vivere, non sopravvivere.
Conclusioni: una sfida collettiva
In definitiva, l’inclusione lavorativa, come ho già detto, non è affatto una benevola cortesia, ma un pilastro della nostra democrazia. Ogni volta che una persona con disabilità viene esclusa dal mondo del lavoro, la società perde un talento e si ritrova con un costo sociale in più. Al contrario, quando abbattiamo queste barriere, costruiamo una comunità più resiliente, innovativa e umana.
L’Industria 5.0 ci procura gli strumenti adeguati, mentre la legge ci offre la cornice. Ora spetta a noi, cittadini, imprenditori e politici, avere il coraggio di cambiare mentalità. Il lavoro è dignità ed è tempo che questa dignità sia un diritto per tutti, nessuno escluso.
In sintesi: il lavoro come diritto per tutti
Nonostante il lavoro sia un elemento fondamentale per la dignità e l’autonomia di ogni persona, in Italia, per chi ha una disabilità grave, rappresenta ancora un traguardo difficilissimo da raggiungere. I dati parlano chiaro: la stragrande maggioranza delle persone disabili che potrebbero lavorare è invece esclusa dal mercato, spesso a causa di pregiudizi culturali o di un sistema che valuta solo ciò che “manca” e non le reali competenze.
Tuttavia, siamo di fronte a una svolta. Il nuovo modello industriale (appunto la cosiddetta Industria 5.0) punta a rimettere l’uomo al centro dell’attenzione, usando la tecnologia per potenziare le capacità individuali anziché sostituirle. Grazie a strumenti come i robot che aiutano nei compiti fisici, la stampa 3D per creare ausili personalizzati e gli uffici intelligenti gestiti con la voce, molte barriere fisiche possono essere finalmente superate.
L’inclusione non deve essere vista come un atto di carità o un peso per le imprese, ma come un investimento: le aziende inclusive, infatti, funzionano meglio e producono di più. Il passaggio fondamentale è culturale: bisogna smettere di considerare la disabilità come un limite insormontabile e iniziare a vedere la persona e il suo talento. Il lavoro per tutti non è un regalo, ma un diritto che rende la società più moderna e giusta.
Stay tuned per il prossimo numero!







Onlus UILDM TORINO