Il Diritto all’eleganza in tivù
La moda come strumento di inclusione: il progetto Diritto all’eleganza approda su Report e coinvolge oltre 500 studenti per una moda accessibile, bella e adatta a tutte le esigenze, con piccoli accorgimenti che possono fare una grande differenza
Quando ho proposto per la prima volta il progetto Diritto all’eleganza nel 2017, durante una riunione della Direzione nazionale Uildm, non avrei mai immaginato la strada che poi avrebbe percorso. Il mio desiderio era quello di focalizzare l’attenzione su un tema in cui non vedevo inclusione: la moda. Avevo in mente con chiarezza il messaggio che volevo trasmettere e il cambiamento culturale che volevo stimolare: per me moda inclusiva significava trovare in un negozio vestiti adatti a esigenze diverse e possibilità di scegliere cosa indossare, perché nella progettazione dell’abito si tengono in considerazione varie necessità. Moda inclusiva significava anche veder sfilare in passerella modelle in carrozzina insieme ad altre non in carrozzina, in modo da non creare un ghetto o un’esclusiva per sole persone disabili, ma realizzare una vera inclusione.
Nel giro di pochi anni l’interesse nei confronti della moda inclusiva è aumentato sempre più, fino a raggiungere una trasmissione dai contenuti forti: Report, un programma televisivo in onda la domenica in prima serata su Rai 3 e attualmente condotto da Sigfrido Ranucci. Report rappresenta il giornalismo d’inchiesta che va sul luogo dei fatti per mostrare le proprie attività in modo diretto e testimoniare situazioni concrete.
E così, l’8 dicembre scorso, è andato in onda un servizio sulla moda inclusiva che mostrava il lavoro svolto dalle classi del settore moda e abbigliamento dell’Associazione Scuole Tecniche San Carlo di Torino, nell’ambito, appunto, del progetto nazionale Diritto all’eleganza supportato dalla Sezione Uildm di Torino. La giornalista Marzia Amico ha portato l’attenzione sulla complessità di comprare un abito per le persone con disabilità e ha denunciato la difficoltà ad accedere nei negozi per la presenza di barriere architettoniche. Inoltre, ammesso che si riesca a entrare in un punto vendita, l’abbigliamento in commercio non sempre ha caratteristiche compatibili con le nostre esigenze.
Eseguendo una ricerca, abbiamo trovato aziende che producono indumenti comodi, con vari tipi di aperture per ospitare gessi, tutori, flebo eccetera, ma completamente senza stile, andando a delineare un approccio medicalizzato alla persona con disabilità, vista come soggetto da curare, senza l’esigenza di indossare abiti per partecipare alla vita civile. Ora però abbiamo ottenuto l’attenzione di alcune grandi aziende che hanno prodotto vestiti comodi per esigenze particolari, con una linea stilistica di alta moda, che però presuppone prezzi non accessibili a tutti.
Quindi abbiamo deciso di lanciare una sfida agli studenti delle odierne scuole di moda, che saranno gli stilisti di domani: nella progettazione di un abito, cercate delle soluzioni di sartoria in grado di migliorare la vestibilità di un capo indossato da una persona che necessita di aiuto per essere vestita o svestita. Così abbiamo scoperto che a volte bastano piccoli accorgimenti: le cerniere con linguette più lunghe per facilitare l’apertura e la chiusura, le camicie con il velcro o le calamite al posto dei bottoni, i pantaloni senza tasche posteriori e altri dettagli che possono causare sfregamento, tessuti elasticizzati, etichette stampate e non cucite eccetera.
In Italia il settore è ancora in arretrato e il servizio di Report lo ha comunicato in modo efficace attraverso testimonianze dirette e interventi di specialisti del settore, per dare infine spazio al nostro progetto, come a voler valorizzare l’impegno a cambiare la mentalità dominante e aprirla all’inclusione dei bisogni di tutti. Infatti il reportage è poi terminato con una nota positiva: il Diritto all’eleganza ha saputo coinvolgere più di cinquecento studenti di sedici scuole di moda italiane. Il coinvolgimento delle nuove generazioni è il principale risultato di questo percorso: speriamo che facciano tesoro dell’esperienza e possano ricordarsi non solo di una fetta di mercato interessata ad acquistare dei prodotti, ma anche dei bisogni la cui risposta può migliorare il benessere di tante persone, non solo di quelle in carrozzina.







Onlus UILDM TORINO