Pubblicato da Noemi Canavese il: 3 dicembre 2021

Essere donna

Guardare e guardarsi oltre la disabilità

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Il Gruppo Donne Uildm, in collaborazione con il Gruppo Psicologi, sta portando avanti un progetto di indagine (con i questionari iniziali “Sessualità, maternità, disabilità” e “Accessibilità dei servizi ostetrico-ginecologici alle donne con disabilità”) sul livello di accesso ai controlli legati alla salute della donna, approfondendo anche aspetti più ampi connessi al rapporto della persona con il proprio corpo, con la propria femminilità e con il corpo dell’altro, che si esprime nella sessualità e in percorsi dedicati alla maternità. Il gruppo di lavoro è composto da donne con disabilità, psicologhe e una dottoranda in Sociologia, inoltre l’obiettivo della ricerca è quello di raccogliere dati sulla condizione femminile, a distanza di circa dieci anni dalla prima indagine sullo stesso tema da parte del Gruppo Donne.

Per la prima volta, ieri sera, mentre guardavo una commedia sentimentale, ho pensato non solo di volere un uomo che mi ami in modo romantico e passionale, ma anche che avrei voluto essere una donna normale, per amare a mia volta senza la paura di non essere accettata. La cosa che desidero più di tutto è poter essere me stessa e constatare che qualcuno si accorga della vera me. (Eleonora Zollo, “Dietro le quinte”)

Nell’immaginario comune le persone disabili sono ancora viste, purtroppo molto frequentemente, come esseri asessuati, persone da accudire e curare che non provano desiderio sessuale e/o di vicinanza. Se in questo contesto di tabù mettiamo il focus sulla donna disabile, ci troveremo ad affrontare uno stigma nello stigma, notando come essa venga privata dei suoi legittimi desideri di intimità, di sensualità, di affettività e di maternità. Non considerando che la donna disabile possa avere una vita sessuale e che possa aspirare di diventare madre, si crede erroneamente che non serva andare dal ginecologo.

Esplorare e dare voce a queste aspirazioni è un’idea ambiziosa ed è proprio l’obiettivo della ricerca “Ambulatori di ginecologia accessibili alle donne con disabilità motoria”, progetto Uildm nato alla fine del 2020.

Lo studio si muove su due fronti intersecati fra loro: da una parte la valutazione del livello di accessibilità ai controlli relativi alla salute sessuale della donna disabile e dall’altra l’approfondimento di aspetti più allargati della sessualità, collegati al rapporto della persona con il proprio corpo, con la propria femminilità, con il corpo dell’altro e con la possibilità di sperimentare percorsi dedicati alla maternità.

La fase iniziale della ricerca è stata quantitativa e ha previsto la somministrazione di due questionari: il primo rivolto alle donne con disabilità motoria che si è focalizzato sulle abitudini sanitarie e sulla femminilità nella sua accezione più ampia; il secondo rivolto ai servizi ostetrico-ginecologici, in particolare ad un campione di strutture ed enti sanitari di diverse città dislocate al Nord, Centro e Sud Italia.

L’analisi potrà creare l’opportunità di denunciare le eventuali lacune riscontrate e la conseguente discriminazione subita dalle donne con disabilità nell’accedere ai servizi sanitari ginecologici, per consentirne la rimozione, creare una mappa di ambulatori accessibili e inclusivi e inoltre, partendo dalle narrazioni e dall’esperienza delle donne, proporre un’indagine che possa contribuire ad una riflessione sulla sessualità in senso medico (accesso alle strutture, prevenzione, contraccezione, gestione dei tempi sanitari della visita ginecologico-ostetrica, esami di routine e specialistici) e in senso più ampio sui desideri, sulle paure, sulle difficoltà, sull’immaginario, sulle aspettative e sul rapporto con il proprio corpo.

A partire dall’ottobre 2021, è poi iniziata la fase qualitativa dello studio e attraverso l’uso del focus group (ovvero gruppo di discussione: una tecnica, appunto, qualitativa utilizzata nelle ricerche delle scienze umane e sociali, in cui un insieme di persone è invitato a parlare, discutere e confrontarsi) si approfondiranno i temi già esplorati nei questionari. In ogni incontro le donne presenti affronteranno così un argomento partendo dalla percezione del proprio corpo e la costruzione dell’immagine di sé, il rapporto con i servizi ostetrico-ginecologici, la sessualità e l’affettività e infine i desideri e gli immaginari concernenti la maternità e la genitorialità.

Oltre alla raccolta dati, l’obiettivo del gruppo è accogliere la narrazione di ogni donna che, pur nella sua unicità, troverà facilmente punti di contatto con le altre narrazioni.
Ogni donna può sentirsi riconosciuta nelle proprie emozioni, nei significati, nelle sensazioni e nelle proprie difficoltà. Muoversi nell’esteso costrutto della sessualità significa camminare in punta di piedi: avanzare con delicatezza verso un’intimità spesso violata, verso l’amabilità messa costantemente in discussione, verso un corpo mai del tutto indipendente che talvolta si vorrebbe fosse “normale”, verso una fragilità che può spaventare e verso uno sguardo che possa vedere esattamente ciò che si è.

Il gruppo è fondamentale anche per comprendere e normalizzare alcuni aspetti: non tutto è dovuto alla disabilità. Determinati cambiamenti sono intrinseci alla condizione umana (i capelli bianchi, le rughe eccetera) e determinati tratti sono legati all’essere donna (il corpo che cambia dopo una gravidanza, la cellulite, le smagliature e via di questo passo).
Il fine ultimo della ricerca (tuttora in corso) è proprio favorire un processo di cambiamento: aiutare cioè le donne disabili a vedersi oltre la disabilità e a riconoscersi come donne, donne fiere, coraggiose, amabili, forti e sensuali, pensando a spazi di condivisione più frequenti, e scuotere la società affinché sia in grado di abbattere le barriere fisiche e mentali e possa spezzare i tabù ancora presenti.