Pubblicato da Liliana Vercelli il: 26 novembre 2020

Esperienze dal “fronte Covid-19”

La testimonianza di Liliana Vercelli durante la prima ondata di emergenza sanitaria causata dal Covid-19 all’Azienda ospedaliera San Luigi Gonzaga di Orbassano.

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Alla fine dello scorso mese di marzo, nel pieno della pandemia generata dal Covid-19, è iniziata la mia esperienza presso l’Azienda ospedaliera San Luigi Gonzaga di Orbassano. Tuttavia, data l’emergenza in atto, invece di prendere servizio presso la Neurologia dell’ospedale sono stata destinata ai reparti Covid, nello specifico a quelli a bassa intensità. In tali reparti i pazienti non erano né intubati né ventilati mediante cpap, ma richiedevano ossigenoterapia con cannule nasali o maschere. I letti erano sempre tutti occupati e spesso erano ricoverati parenti appartenenti alla stessa famiglia. Non si aveva molto tempo per chiacchierare con i malati, sia perché il lavoro era parecchio, sia perché eravamo bardati con mascherine, visiere, doppi camici e anche muoversi all’interno del reparto non era per nulla pratico. Ai pazienti che non avevano l’ossigenoterapia in corso e che si potevano muovere, era comunque proibito uscire dalla stanza, così come erano vietate le visite dei parenti, che tuttavia venivano aggiornati quotidianamente dai medici sulle condizioni cliniche dei loro congiunti. In caso di decesso del paziente, i parenti non potevano dare l’estremo saluto alla salma né in reparto né presso l’obitorio, e spesso anche i loro effetti personali venivano buttati via per evitare di diffondere l’infezione agli stessi parenti. Molti malati erano degli anziani provenienti dalle rsa delle zone limitrofe, fra cui molti i soggetti (soprattutto donne) ultranovantenni. Alcune di queste ultime, nonostante le plurime patologie associate, sono poi guarite dall’infezione virale, superando polmoniti e insufficienze respiratorie. Comunque i pazienti sembravano comprendere più del solito le difficoltà in cui lavoravamo: erano sempre molto gentili e, per non disturbare, chiamavano poco il personale di reparto. Alcuni, spesso anche improvvisamente, si scompensavano dal punto di vista respiratorio, presentando repentini peggioramenti dei sintomi (dispnee, febbri non responsive, alterazioni della vigilanza) o degli esami ematici, e talora era necessario trasferirli presso i reparti a più elevata intensità di cura. Fortunatamente la maggioranza di loro migliorava nei sintomi e guariva dall’infezione, per cui al momento delle dimissioni erano felici come lo era anche il personale medico e infermieristico. Al momento in cui scrivo non vi sono dati certi riguardanti il numero dei pazienti affetti da patologie neuromuscolari che hanno contratto l’infezione del virus Sars-Cov-2 (compresi gli asintomatici). Comunque l’Associazione Italiana di Miologia ha previsto una rilevazione delle conseguenze dell’emergenza Coronavirus sulla comunità neuromuscolare. Inoltre anche la Società Italiana di Neurologia ha preso l’iniziativa di raccogliere in uno studio osservazionale multicentrico italiano, retrospettivo e prospettico, i casi di Covid-19 che hanno presentato un esordio neurologico o complicanze neurologiche in corso, però i dati riguardanti tali studi non sono ancora disponibili. I pazienti affetti da patologie neuromuscolari, essendo spesso fragili per l’interessamento cardiologico e/o pneumologico, sono stati esortati ad avere estrema prudenza nel frequentare luoghi affollati e nell’intrattenere rapporti interpersonali, poiché anche la banale influenza stagionale può tramutarsi con facilità in polmonite, sovente pure seria e talora fatale. Pertanto ci sarà stata da parte loro molta attenzione nell’evitare i contatti interpersonali, esclusi gli stretti congiunti. In particolare, riguardo ai pazienti seguiti dal Centro neuromuscolare di Torino, sono stati segnalati finora tre o quattro casi, ma nessuno avente necessità di supporto ventilatorio. Invece due pazienti sono stati ricoverati per le patologie associate o per l’età avanzata.