Pubblicato da Chiara Cavallotto il: 26 giugno 2020

Chiara & Bianca

Chiara, tirocinante del “Progetto Plus” nella Sezione torinese, generosamente e dolcemente si racconta, con la speranza che il suo gesto possa dare più forza a tutte quelle persone che si trovano in situazioni difficili e sono alla ricerca di un modo per non arrendersi e andare avanti a combattere.

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Oggi è davvero una giornata speciale.
Sono seduta alla scrivania della mia postazione di lavoro e ho la possibilità di chiudere gli occhi, ripercorrere la mia vita e raccontarne alcuni stralci su questa rivista, per condividerli con chi avrà il piacere di farlo con me. Oltretutto spero che la mia storia possa dare più forza a tutte quelle persone che si trovano in situazioni difficili e sono alla ricerca di un modo per non arrendersi e andare avanti a combattere.
Mi chiamo Chiara Cavallotto, ho 35 anni e sono una donna con disabilità fisico-motoria, dovuta a un trauma prenatale. Fin da piccolina i miei genitori e i miei nonni si sono presi cura di me, aiutandomi a condurre una vita il più “normale” possibile. Tuttavia, riflettendoci ora, sento di poter affermare che a volte il loro “troppo amore”, anche se molto importante, è stato persino un po’ castrante.
Durante l’adolescenza, lo confesso, non ho avuto un rapporto sereno con la mia disabilità motoria e con i conseguenti limiti fisici. Infatti mi irritava molto il non poter correre e il non essere in grado di andare in tutti i luoghi che frequentavano i miei compagni di classe perché, magari, erano costellati di barriere architettoniche. Così le mie difficoltà di movimento, unite all’inevitabile paura del confronto, hanno fatto in modo che io potessi contare i miei amici sulle dita di una sola mano.
Per gli altri era poco “figo” e molto noioso uscire con me, in quanto non potevo percorrere lunghe distanze senza stancarmi e poi, invece di andare in discoteca ad ascoltare musica assordante, preferivo di gran lunga trascorrere il pomeriggio godendomi un bel film al cinema o assistendo a un divertente spettacolo teatrale.
Se ripenso alle mie amicizie dell’epoca, o almeno a quelle che credevo tali, mi torna in mente un vissuto di frustrazione, inadeguatezza e inferiorità verso gli altri, a cui si aggiungevano le mie oggettive difficoltà fisiche che, sommate a quelle sensazioni, posso assicurare, pesavano più di un macigno. Quindi la dimensione che sentivo più mia, nella quale ero certa di essere davvero capace, performante e adeguata, era lo studio. Quando la mia concentrazione vi si immergeva, mi potevo permettere finalmente di lasciar scivolare via ogni preoccupazione, timore e amarezza.
Mentre creavo e ripetevo le mie mappe concettuali di psicologia, filosofia e metodologia della ricerca, ero felice di scrivere, riassumere e collegare i diversi argomenti, trasformandoli in un discorso preciso, scorrevole e armonico. Durante le interrogazioni e i compiti in classe poi, ci tenevo in modo speciale a rispondere alle domande utilizzando un linguaggio specifico e appropriato ad ogni singola richiesta.
Sono sempre stata molto competitiva ed esigente con me stessa, costantemente desiderosa di dimostrare agli altri il mio valore attraverso ciò che facevo. Di conseguenza più miglioravano i miei voti, più cresceva la mia autostima di ragazza che stava cercando di diventare donna. Effettivamente ogni volta che portavo a casa un voto sopra la media, la mia vocina interiore mi sussurrava: “Vedi, Chiara, con questo compito hai dimostrato che, nonostante le tue difficoltà fisiche, sei brava in qualcosa e riesci a condurre a termine con profitto i tuoi impegni”. In quel momento l’immagine e la percezione di me stessa erano super positive e io mi sentivo tanto forte da spaccare il mondo e vincere qualunque sfida la giornata mi ponesse innanzi!

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Così il desiderio di elevare la mia autostima ha sempre giocato un ruolo determinante nel guidare le mie scelte, anche quando queste si sono rivelate, sin dai primi momenti, poco razionali, troppo emotive o addirittura scellerate, come nel caso del mio primo vero innamoramento.
Non mi vergogno di certo a raccontare di aver donato tutta me stessa a un uomo molto piacente, che ha fatto breccia nel mio cuore con il suo comportamento lusinghiero, accudente e decisamente amorevole. Nei primi, idilliaci mesi di fidanzamento ho vissuto una vera e propria favola con quest’uomo da me scelto come principe, che spendeva le sue giornate a ricoprirmi di complimenti, carezze e coccole. Con i suoi semplici abbracci era in grado di farmi sentire protetta, annullando ogni mia fragilità, e tutto il mondo era soltanto pieno di noi, della nostra voglia di stare insieme, della nostra felicità.
Desideravamo ardentemente vivere il nostro amore in tutte le ore e in tutti i minuti di tutti i giorni, tant’è vero che, dopo poche settimane di frequentazione, abbiamo iniziato una convivenza e, trascorsi soltanto nove mesi di fidanzamento, ci siamo sposati, tra lo stupore e l’incredulità di parenti e amici.
Disgraziatamente però la precipitosità di questa scelta mi ha gettato nel buio più pesto. In effetti mi sono ritrovata a vivere in una prigione dorata, con un uomo che non era affatto un principe, bensì un mostro manipolatore, al quale mi sentivo legata non da un sentimento ma dalla sudditanza psicologica e fisica che nell’occasione aveva indossato le vesti dell’amore.

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Per fortuna all’improvviso, in tutta quell’oscurità nella quale vivevo, si è stagliato un luminosissimo raggio di sole perché, dopo due anni di matrimonio, è nata nostra figlia Bianca, la nostra “meraviglia”, colei che io considererò, per sempre, il mio “miracolo vivente”.
Non potevo crederci. Proprio io, persona disabile dalla nascita, piena di insicurezze e dubbi sulle mie capacità, ero riuscita a realizzare il più grande sogno di una vita: diventare mamma, mettendo al mondo una splendida bambina. Mi sentivo al settimo cielo e non potevo desiderare altro: ero letteralmente al culmine della felicità.
Tuttavia, considerando l’amara realtà dei fatti, durante la vita coniugale non ho mai potuto implementare con lei un rapporto autentico madre-figlia, in quanto tutto era, costantemente, mediato dall’assidua presenza e dalla soffocante mania di controllo del padre, cioè di mio marito.
Finalmente, trascorso ancora un bel po’ di tempo, ho avuto la forza di infliggere una fatale frattura al legame matrimoniale, affrancandomi dall’uomo al quale avevo concesso l’esclusiva e assoluta padronanza della mia vita e di quella di mia figlia. Con la separazione ha avuto inizio, però, il periodo più doloroso e lacerante che avessi mai vissuto, perché io e Bianca siamo state costrette a separarci. Pur vedendoci tutte le settimane, non abbiamo potuto vivere insieme in quanto abbiamo intrapreso due percorsi paralleli: lei l’affidamento eterofamiliare e io il ripotenziamento delle mie capacità genitoriali, all’interno di un cohousing sociale.
Durante quel periodo ci era concesso di stare insieme solo alcune ore del sabato pomeriggio, ma così abbiamo iniziato a costruire le fondamenta del nostro rapporto, finalmente non più mediato dall’ingerenza di qualcuno. Man mano, abbiamo avuto sempre più tempo per frequentarci, per conoscerci meglio e rafforzare la nostra relazione. Il cammino per arrivare a essere, non solo biologicamente, una madre e una figlia, è stato molto lungo e intenso. Ogni piccolo passo però, si è rivelato essenziale per costruire la quotidianità che stiamo vivendo adesso.

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In tutto ciò siamo state sostenute da persone meravigliose, come la dottoressa Paola Magosso (la nostra assistente sociale dell’epoca), la dottoressa Federica Bieller e la dottoressa Silvia Trisoglio (le mie educatrici della cooperativa sociale “Il Punto onlus” di Torino, presieduta dal dottor Ruggero Sorrentino). La mia immensa gratitudine va anche alle due famiglie affidatarie che, in un momento in cui io non potevo farlo, hanno offerto il loro amore e si sono prese cura di mia figlia, donandole tutta la serenità e il benessere che meritava. Non rendo pubblici i loro nomi solo per ragioni di privacy e sicurezza.
Sarò per sempre grata alle persone che ho appena citato perché grazie a loro ho avuto il grande privilegio di partorire, per la seconda volta, Bianca ed essere riconosciuta da lei come la sua vera mamma. Sono loro che si sono tuffate, con noi, nel fango in cui eravamo immerse, tirandoci fuori e accompagnandoci a piccoli passi, giorno dopo giorno, verso un sereno rapporto “Mamma e Figlia”.
Ora viviamo insieme nella nostra nuova casa e siamo finalmente libere di costruire la nostra unione, il nostro futuro, la nostra vita. Di certo non è tutto roseo, problemi ce ne sono, ma per me compiere le piccole cose quotidiane con Bianca (coccolarla, accompagnarla a scuola, all’attività sportiva, aiutarla a fare i compiti, prepararle il pranzo e la cena, rimboccarle le coperte) è davvero prezioso. Lei ha il pieno diritto di essere serena e sicura di avere accanto sua mamma, di cui può aver fiducia, a cui può affidarsi, da cui ricevere abbracci, consigli e qualche volta anche rimproveri, per il suo bene, naturalmente.
Bianca deve sapere che io la sosterrò sempre, pur lasciandole costruire la sua identità e realizzare la necessaria autonomia personale, rimanendo consapevole del fatto che io la amo più della mia stessa vita.